Libia: la guerra del petrolio

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Quella che si sta combattendo in Libia è una vera e propria guerra per il petrolio: gli enormi giacimenti libici di idrocarburi sono al centro di una corsa all’oro nero che coinvolge le Nazioni Unite, Francia, Gran Bretagna e Italia, ma anche le varie fazioni interne libiche. All’inizio di questa settimana, tra lunedì 12 e martedì 13 settembre, le milizie al comando del potente Generale Haftar hanno conquistato alcuni dei più importanti terminal petroliferi del Paese nord africano, tra cui anche la grande raffineria di Ras Lanuf, che è il cuore di tutta l’industria petrolifera libica. La gestione dei siti conquistati è stata affidata da Haftar alla National Oil Corporation (NOC), la compagnia statale libica per l’estrazione del greggio dopo che i vertici della società si sono datti pronti a collaborare con i militari per raddoppiare il numero di barili.

E’ evidente che intorno al petrolio libico ruotano interessi enormi e che a tutte le forze in campo nell’immenso caos libico fa gola avere il controllo dell’industria estrattiva; anche il neonato governo di Serraj deve fare i conti con lo strapotere di Haftar dopo la conquista degli enormi giacimenti libici e questo lo rende un interlocutore di secondo piano agli occhi della comunità internazionale che aveva puntato tutto su di lui e sulla sua capacità di riunificare tutte le anime del popolo libico. Quello del petrolio è un mercato che vale milioni di dollari e chi ne ha il comando diventa automaticamente l’uomo più importante di Libia, un ruolo che Haftar sta ricoprendo a scapito di Serraj, che ancora sta cercando di creare un nuovo governo unitario tra mille intoppi.

Le potenze occidentali che hanno più interessi in Libia, Italia, Gran Bretagna e Francia, sono costantemente alla ricerca di soluzioni per potere continuare ad approvvigionarsi del petrolio libico che è indispensabile motore dell’economia e stanno mandando uomini e mezzi militari a proteggere pozzi, raffinerie e pipeline. In particolare l’Italia sta cercando in ogni modo di proteggere gli interessi dell’ENI, che è da molti anni presente in Libia ed ha il controllo di importanti raffinerie e centri di estrazione.

Anche la missione italiana denominata Ippocrate, che consiste nella creazione di un ospedale militare per curare i militari e il popolo libico, può essere tranquillamente vista con l’ottica di uno scambio tra autorità italiane e libiche: cure mediche in cambio del mantenimento  degli accordi petroliferi privilegiati che il nostro governo aveva con il dittatore Gheddafi.

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